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(Articolo su Alice Springs pubblicato da Io Donna il 21/11/09)
L’ombelico dell’Australia è un melting pot di abilità e culture. Dove la ricchezza cresce. A dispetto della crisi
di Emanuela Zuccalà foto Massimo Berruti Il motto: Tocca questa terra con leggerezza
Un secolo fa era una minuscola stazione telegrafica nel cuore del deserto rosso australiano, circondata da comunità aborigene. Alice Springs, nona tappa del nostro viaggio, ha saputo trasformare l’isolamento geografico in un generatoredi energia, diventando l’hub logistico e commerciale di un entroterra sterminato e affascinante. E deve tutto agli immigrati, venuti da ogni parte del mondo in cerca di atmosfere e opportunità che solo un posto di frontiera sa dare. Oggi vanta il tasso di
disoccupazione più basso del Paese, e il Comune invita i forestieri a trasferirsi con lo slogan: «Niente recessione, qui».
Bassi e allungati, i monti McDonnell preservano Alice Springs dalle incognite del deserto rosso: nei miti aborigeni sono sagome di enormi bruchi che oscillando creano il paesaggio nell’“era del sogno”, l’anno zero del mondo. Nella storia, la città è invenzione e azzardo di gente arrivata da tutta l’Australia e dal mondo in cerca di opportunità che solo i posti di frontiera sanno dare. Un secolo fa “the Alice” per i whitefella (i bianchi), Mparntwe per gli aborigeni, era la stazione telegrafica nel cuore
dell’outback, l’entroterra sconfinato. Nel 1921 c’erano 27 bianchi, 300 aborigeni
e un gran via vai di cammellieri afgani e cacciatori d’oro. Negli anni Sessanta gli abitanti erano già cinquemila: il governo metteva all’asta le terre e nasceva il turismo verso Uluru-Ayers Rock, l’incredibile monolito sacro a 450 chilometri da qui. Nel ’70 apriva Pine Gap, base satellitare americana dall’uso misterioso ma dal solido contributo alle casse locali: 55 milioni di dollari l’anno. Insomma, oggi la calda Alice Springs ha 30 mila abitanti e nello Stato del Northern Territory è seconda solo alla capitale Darwin.
In centro, il «reticolato di strade roventi» delle Vie dei canti di Chatwin, bivaccano gli aborigeni Arrendte. Li prendi per clochard, poi scopri che sono pittori da migliaia di dollari: questo è il centro nazionale dell’arte aborigena, un affare da 400 milioni di dollari l’anno. Tra le gallerie e i bistrot su Todd Street incroci rifugiati sudanesi, indiani sikh, vietnamiti. Il ristorante Thai Room diffonde melense melodie asiatiche e l’unico teatro manda le note gutturali dei didgeridoo. Un’olandese gestisce un’agenzia di viaggi, un’inglese ha aperto il resort Haven, lo svizzero Beat Keller propone alta cucina indiana in Gregory Terrace. Ferdinando Ozimo è emigrato nel ’74 dalla piana di Gioia Tauro e nella sua frequentata rosticceria “La casalinga” ammette: «Qui si fa moneta». Ad Alice Springs capiti per un giorno e resti per sempre, ma puoi dirti “del posto” solo se hai visto scorrere il fiume Todd tre volte, il che richiede vent’anni perché il suo letto è perennemente in secca. E racconta molto dello spirito del luogo la regata di luglio sull’acqua inesistente: si taglia il fondo delle barche e si corre. Metafora buffa di una comunità che affronta l’isolamento con ironia da bushmen, gente del deserto stepposo. Le città più vicine stanno a 1.500 chilometri: Darwin a nord, Adelaide a sud. “The Alice” è l’ombelico dell’Australia, che concentra ed esaspera certi caratteri nazionali: il melting pot scontato (un quarto degli australiani è nato all’estero; il 70 per cento degli abitanti di Alice è nato fuori dal Northern Territory), l’integrazione faticosa con gli aborigeni (il 2,3 per cento della popolazione australiana; un terzo di quella di Alice), l’economia che tiene testa alla crisi globale. Qui il reddito pro capite è fra i più invidiabili del Paese (41.594 dollari annui) e il tasso di disoccupazione più basso (il 2,7 per cento contro il 5,7 nazionale). L’economia, retta dal settore pubblico, dal commercio, da industrie minerarie ed edili, ne fa il baricentro dei servizi per l’intero entroterra. La sua ricchezza è cresciuta del 35 per cento in dieci anni e promette meglio grazie ai progetti in cantiere: l’ampliamento dell’aeroporto, la centrale elettrica di Owen Springs, l’ammodernamento di due strade sconnesse e affascinanti, Red Centre Way e Tanami Road. «Siamo una comunità creativa, eccitata dalle sfide» dice l’economista britannica Joy Taylor di Desert Knowledge, società che informatizza le aree remote per avviare una rete commerciale. E il Comune invita a trasferirsi, con lo slogan: «Niente recessione, ad Alice Springs». «Cerchiamo architetti, medici, infermieri, agenti immobiliari, muratori» elenca il vicesindaco John Rawnsley. «Qui la vita è facile. Si fa sport, ci sono eventi culturali (come l’ipnotico Desert Festival a settembre, ndr) e tutte le comodità di un grande centro, senza fare i pendolari». Già: «Qui guidi per 15 minuti o per 15 ore» sorride il polacco Nick Prus, direttore del Golf Club nel quartiere ricco oltre il solco del Todd, con ville a tre piani, garage per le Land Cruiser, giardini per il sacro rito del barbecue. Le serate afose si stemperano al casinò Lasseters (quello delle drag queen nel film Priscilla, la regina del deserto) o tra fiumi di birra Tooheys New al Bojangles, disco-pub-saloon ritrovo dei giovani francesi, irlandesi e tedeschi che girano il mondo e sostano qualche mese ad Alice per lavorare in caffè e ristoranti. «Il nostro isolamento attira chi è pronto a rischiare per affermarsi» è la lettura di argaret Friedel, scienziata ambientale che ha salutato Melbourne senza rimpianti e qui ha sposato Dick Kimber, storico di fama, uno scrigno di aneddoti sui pionieri. Lui paragona il mix urbano a un elastico: «Vibra se è in tensione». La tensione persistente con gli aborigeni: per Kimber, fra i pochi iniziati alle loro cerimonie, arricchiscono l’acerbo agglomerato di una millenaria armonia con l’ecosistema. Per il viennese Erwin Chlanda invece, direttore del giornale Alice Springs News, la politica riparatrice dei sussidi statali produce masse di fannulloni: «Qui la spesa sociale supera di quattro volte e mezzo la media del Paese. Fra gli aborigeni c’è alcolismo e violenza: frena ta sulla sua veranda per un drink nel tramonto del bush, il duro Erwin vira sul cielo magico sopra Alice. E sul silenzio rifocillante che nessun’altra città può darti.
Ritratto in cifre:
327 chilometri quadrati: l’area municipale. 30% la percentuale di aborigeni, contro il 2,3% della media nazionale. 2,7% il tasso di disoccupazione (quello australiano è il 5,7%). 28% l’aumento dei proprietari di case in 10 anni. 26 le scuole pubbliche e private. 400 milioni di dollari: il mercato dell’arte aborigena, di cui Alice Springs è l’epicentro. 87% l’aumento della popolazione nello Stato del Northern territory previsto per il 2050.
Pollice verso
eco-scempio per il deserto (nella foto) o trampolino economico? Bel dilemma, ad Alice Springs. il colosso canadese Cameco e l’australiana Paladin Energy stanno esplorando il sito di Angela pamela, 25 chilometri a sud della città. Obiettivo: trovare l’uranio. Gli ambientalisti temono per l’inquinamento delle falde acquifere. Le istituzioni aborigene prendono tempo. Come il sindaco di Alice, che attende un dossier con i costi e i benefici ell’operazione. Indubbiamente appetibile per l’economia locale.
Il personaggio
Filetto di canguro, pomodori del bush, miele di formica: per Athol Wark (nella foto) i sapori dell’outback sono prodigi. Chef di fama internazionale (ha cucinato per GeorgeW. Bush e per l’imperatore del Giappone), è nato in Zimbabwe 44 anni fa, ha studiato in Inghilterra e si è perfezionato nelle cucine dei più lussuosi hotel francesi. Nel 2001 si è stabilito ad Alice Springs, di cui oggi è ambasciatore onorario. «Sono capitato qui per una convention: volevano piatti del bush e io non ne sapevo nulla». Allora ha chiesto aiuto a Rayleen Brown, una dolcissima cuoca aborigena che conosce ogni segreto del wild food e le leggende ancestrali dietro ogni ricetta. È la sua maestra ancore oggi che Athol vola spesso alle Fiji, dove dirige la cucina di un resort, e sta per
rappresentare la cucina australiana all’Expo 2010 di Shanghai.
Preferiti
Alice Springs si raggiunge da Roma, con scali a Hong Kong e Melbourne, con Cathay Pacific (appena premiata come miglior compagnia aerea del mondo 2009) e Qantas (tariffe da 1270 euro, cathaypacific.com). Per suggestive escursioni nel deserto rosso, in città c’è il Central Aboriginal experiences (caent.com.au). Per assaggiare paesaggi e atmosfere del red Centre australiano: australiasoutback.com.
Spazio d’autore
L’arte aborigena l’ha inventata lui: Geoffrey Bardon, insegnante (bianco) che nel 1971 spinge i giovani della comunità remota di papunya a mettere su tela i “sogni”, cioè i miti della creazione, fino ad allora raffigurati solo sul corpo con linee e puntini. Ne nasce un movimento artistico fiorente, che fa base alla galleria papunya tula di Alice Springs (in alto a destra, alcune opere esposte): l’unico atelier che reinveste i
guadagni in progetti di sviluppo per gli aborigeni. «rappresentiamo 150 artisti» spiega la manager Sarita Quinlivan «con quadri da 300 fino a 80mila dollari». Qui si incontrano tanti artisti, come Doreen reid Nakamarra (eccola all’opera nella foto in alto a sinistra), nota anche a New York e a Mosca (papunyatula.com.au).
La Storia
È la più vasta aula scolastica del mondo: un milione e 300 mila chilometri quadrati.
Quando miss Adelaide Miethke la fondò nel 1951, la “Scuola delle onde”
trasmetteva lezioni via radio per i bambini negli insediamenti più isolati del deserto.
Oggi si usano pc, webcam e satellite, forniti gratis dalla scuola. Gli insegnanti
(come quella della foto sopra), sono regolari impiegati statali. Gli allievi sono 200: i più vicini abitano a 80 chilometri da Alice Springs (assoa.nt.edu.au).
Ecofrontiera
Alice è una delle 7 “città solari” scelte dal governo australiano per diffondere energie pulite. Entro il 2013 mille case avranno acqua calda dal sole e altre 300 elettricità. Grazie agli incentivi, un impianto costerà solo 8.500 dollari (5.300 euro). Si prevede di ridurre le emissioni di Co2 di 13 mila tonnellate l’anno: come se in no lo sviluppo». Ma quando ci invi-città scomparisse un quinto dei Land Cruise.